Quando si puo' parlare di trasgressione e quando di innovazione?


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Quando si puo' parlare di trasgressione e quando di innovazione?

Che cos’è un’innovazione? La parola “innovazione” deriva da due parole latine: “novus” (nuovo) e “innovatio” (l’equivalente di “qualcosa di nuovo”).

E in effetti, secondo la Treccani, un’innovazione è «ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc.».

Per questo nella mente di molti lettori il concetto di innovazione è legato a quello di trasgressione. Nella vita e nelle opere di un pittore maledetto come Van Gogh, morto suicida, o di un fotografo controverso come Oliviero Toscani, è evidente il legame esistente tra le due dimensioni.

L’INNOVAZIONE E GLI ALTRI Tuttavia, le caratteristiche di questo legame sono più complesse di quanto possa sembrare a prima vista. Infatti, l’innovazione è qualcosa in più dell’atto creativo presente nella trasgressione.

Ciò che rende la rottura di una regola una innovazione è la capacità di darle forma trasformandola in qualcosa di più: in un effettivo strumento di cambiamento sociale. Da una parte, non tutte le trasgressioni producono innovazione.

Molti atti creativi, infatti, precedono i tempi e non riescono a trovare il contesto che consente loro di imporsi, almeno subito. Allo stesso tempo, molte innovazioni non nascono da atti creativi, ma si basano su conoscenze già esistenti o addirittura sono il risultato di errori creativi.

Per esempio, una grande innovazione come il post-it è il risultato di uno di questi errori: la creazione di un adesivo “sbagliato” che non riusciva a incollare in maniera permanente due pezzi di carta (vedi il secondo box).

Ma allora qual è il legame tra innovazione e trasgressione? Una delle risposte più interessanti viene da uno studio pubblicato dalla rivista Science. Il punto di partenza da cui muovono gli autori dello studio è molto semplice.

Se si confrontano i livelli di innovazione tra cultura occidentale e cultura orientale, emerge una chiara differenza a favore della prima. Perché? Perché gli esponenti della cultura occidentale si caratterizzano per una duplice caratteristica: sono contemporaneamente individualisti e analitici.

Avere alti livelli di individualismo spinge gli occidentali a considerarsi indipendenti dagli altri e dotati di una serie di caratteristiche ampiamente positive. Questo li spinge a contatti e relazioni anche al di fuori della rete sociale in cui sono nati e in cui vivono.

Al contrario, in tante culture orientali le persone sono invischiate in reti sociali stabili molto chiuse, da cui dipendono in termini sia di identità che di sopravvivenza. Psicologicamente, crescere all’interno di un mondo in cui prevale l’individualismo porta i soggetti a potenziare il ragionamento analitico, che facilita la scomposizione e la ricomposizione di fenomeni e processi.

Al contrario, vivere in culture collettiviste spinge l’individuo a preferire la sintesi e la visione d’insieme. Le differenze sono evidenti. Pensare analiticamente significa analizzare le cose nelle loro parti costitutive e assegnare specifiche proprietà a ciascuna di esse.

Le somiglianze sono giudicate in base a categorie precise, definite da proprietà e funzioni, che tendono a rimanere costanti nel tempo. Il pensiero olistico, al contrario, si concentra sulle relazioni tra oggetti o persone all’interno di contesti specifici.

La somiglianza è quindi giudicata nel complesso, e non sulla base di proprietà specifiche, e può cambiare in base alle situazioni. Secondo Henrich, la base di questa differenza nasce all’interno dei diversi tipi di agricoltura presenti nei due emisferi.

Se nel mondo occidentale prevale la coltivazione del grano, che può essere effettuata da gruppi familiari indipendenti, nel mondo orientale prevale la coltivazione del riso, che richiede una intensa collaborazione tra i nuclei familiari, favorendo e rafforzando le norme sociali di stampo collettivista.

Tuttavia, se l’individualismo favorisce la nascita dell’innovazione, non è sufficiente per trasformarla in un fenomeno sociale. Infatti, l’impatto dell’innovazione dipende da quanto l’innovatore è in grado di collocarla all’interno dei bisogni e delle necessità della cultura in cui è inserito.

È questo il principale problema dell’innovatore trasgressivo: riuscire a capire e ad adattare la trasgressione al contesto in cui vive. Per questo, l’innovatore di successo deve integrare contemporaneamente due macrodimensioni psicologiche.

Nella prima, abbiamo la trasgressione e l’individualismo che gli permettono di proporre una nuova visione, rompendo le regole preesistenti, e di imporla anche davanti allo scetticismo degli altri. Nella seconda, abbiamo l’empatia e la comprensione, che gli permettono di collocare l’innovazione all’interno dei processi e dei bisogni della rete sociale di cui egli è parte.

GENI E MENTORI Una delle descrizioni più interessanti del legame tra queste diverse dimensioni è stata recentemente proposta da Mark Zuckerberg nel discorso di accettazione della laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Harvard, che egli aveva lasciato molti anni prima di laurearsi per fondare Facebook (il testo completo del discorso è visibile qui: https:// goo.gl/1qbTKj).

Ci dice Zuckerberg: «Oggi vi voglio parlare di scopi. La sfida, per la nostra generazione, è di creare un mondo in cui ognuno abbia un proprio scopo. Avere uno scopo significa far parte di qualcosa di più grande di noi stessi, di essere necessari, di avere qualcosa di meglio per cui lavorare.

Lo scopo è ciò che crea la vera felicità. Per far progredire la nostra società, abbiamo una sfida generazionale: non solo creare nuovi posti di lavoro, ma ridare la possibilità di lottare per uno scopo.

Non basta avere un proprio scopo. Bisogna anche aiutare gli altri a trovarlo». In queste parole ritroviamo le due dimensioni che permettono l’innovazione: la capacità di lottare per un obiettivo e la capacità di sceglierlo in modo che sia più grande di noi stessi.

Poi Zuckerberg continua raccontando la genesi dell’innovazione: «Ma lasciate che vi racconti un segreto: nessuno ha le idee chiare quando inizia. Le idee non escono completamente formate. Diventano chiare solo quando ci lavori sopra.

Devi solo iniziare… I film e la cultura pop si sbagliano completamente. L’idea che ci sia un “Eureka!”, una singola intuizione, è una bugia pericolosa. Ci fa sentire inadeguati poiché non abbiamo avuto la nostra.

Impedisce alle persone con i semi di una buona idea di iniziare». Come raccontava già molti anni prima Thomas Edison, l’innovazione è 1% ispirazione e 99% traspirazione, cioè sudore, fatica.

La parte finale del discorso si sofferma invece sul principale problema dell’innovatore: in quanto portatore di una nuova visione e quindi “trasgressore” delle regole precedenti, rischia di essere solo: «È bello avere una visione.

Ma siate pronti ad essere fraintesi. Chiunque stia lavorando su una grande visione verrà chiamato pazzo, anche se raggiunge il suo obiettivo. Chiunque lavori su un problema complesso verrà accusato di non aver capito completamente il problema, anche se è impossibile conoscere tutto in anticipo.

Chiunque prenda l’iniziativa verrà criticato perché si muove troppo velocemente, perché c’è sempre qualcuno che vuole rallentarti… La realtà è che tutto ciò che facciamo avrà dei problemi in futuro.
Ma questo non può impedirci di iniziare».

Non è un caso che molti grandi innovatori siano arrivati al successo dopo aver trovato sulla loro strada qualcuno che ha capito il loro potenziale e li ha aiutati a sfidare le critiche del tempo. Per esempio, nel mondo dell’arte numerosi artisti hanno trovato il successo soltanto con l’aiuto di uno o più mentori in grado di collocare le loro opere all’interno dello spirito del tempo.

E in alcuni casi, come per Van Gogh, il successo è arrivato solo dopo la loro morte. Come racconta Walter Isaacson nella sua biografia di Steve Jobs, anche un personaggio così innovativo e trasgressivo deve il proprio successo al supporto di diversi mentori.

Il primo fu Robert Noyce, coinventore del circuito integrato e fondatore di Intel, che aiutò Jobs a trasformare la Apple da una piccola società con sede in un garage a una grande realtà della Silicon Valley.

Il secondo fu Kobun Chino Otogawa, un monaco zen che oltre a celebrarne il matrimonio, lo aiutò a superare la fase più difficile della sua vita professionale. Nonostante Steve Jobs sia stato uno dei fondatori di Apple e fino a poche settimane prima della sua morte – nel 2011 – ne sia stato l’amministratore delegato, nel 1985 lasciò infatti la società dopo un ridimensionamento significativo del suo ruolo in azienda.

Grazie all’aiuto di Kobun Chino Otogawa, Jobs riuscì a rimettersi in gioco. Prima creando una nuova società informatica – la Next –, poi comprando la Pixar, casa di produzione cinematografica dietro a un successo come il film d’animazione Toy Story.

In conclusione, la psicologia ci conferma che l’innovatore è un trasgressore, un individualista capace di superare le regole preesistenti e di analizzare con occhi nuovi un prodotto o un processo. Tuttavia, la trasgressione da sola non basta, se non è accompagnata dalla capacità di usarla per risolvere i problemi e/o i bisogni della rete sociale di cui si è parte.

E se l’inventore non ci riesce da solo, un mentore in grado di vedere la rottura delle regole con occhi diversi può fare la differenza.