Essere genitori troppo accudenti e protettivi significa minare l’autonomia dei figli


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Essere genitori troppo accudenti e protettivi significa minare l’autonomia dei figli

Il figlio è il nuovo “per sempre”, ancora spesso unico, prezioso, tardivo, e la mamma si prepara ad accoglierlo cercando, sì, di difendere tutti i propri Sé, ma anche pronta a mettere al servizio della sua cura il perfezionismo che la contraddistingue, affinando la propria capacità multitasking e il proprio bisogno di controllo.

LA MADRE VICINA ANCHE DA LONTANO Quando diventa mamma coglie da subito l’importanza della vicinanza e del nutrimento, non solo reale e concreto, ma soprattutto affettivo e psicologico, e quando deve tornare al lavoro, gestisce la lontananza fisica cercando di arrivare dappertutto, mantenendo la regia della lunga quotidianità a distanza.

Così come lei cerca rocambolescamente di non rinunciare ad alcuna parte di sé, vorrebbe che anche il figlio sviluppasse tutte le proprie parti migliori, e a tal fine gli avvicina risorse, esperienze, corsi, allenamenti, al fine di impreziosirlo e fargli coltivare competenze e talenti, in una sorta di patto narcisistico, una relazione intensa e collaborativa – simmetrica – per lo sviluppo di tutti i Sé di entrambi.

“Radiocomanda” cloni e collaboratori, scelti in base alla sua rappresentatività, delegando ben poco e controllando i figli a distanza; difficilmente le sfugge una verifica, un saggio o una festicciola con i compagni.

È quindi sempre di corsa, accelerata, se non nel passo, certamente nel pensiero. Redige di continuo liste di cose da fare, mentali, cartacee o digitali, le accumula e poi nella maggior parte dei casi non le legge, perché nella realtà non riesce a fare a meno di pensarle: le ha sempre in testa, come i ritornelli delle canzoni che si sentono di prima mattina e che restano in mente tutto il giorno.

Da parte sua, anche il figlio ben presto si accorge di poter accedere da qualsiasi luogo al contatto con la madre: si tratta “solo” della possibilità di ascolto della sua voce, ma non è cosa di poco conto, specie se si considerano le potenzialità taumaturgiche che la voce materna ha sempre avuto nella storia del bambino.

Durante l’infanzia, attraverso il cellulare, i file vocali scambiati, le foto, gli aggiornamenti continui che la possibilità di stare sempre in contatto virtualmente consente, il figlio riesce a cogliere appieno i benefici di tale vicinanza virtuale e simbolica e a convincersi definitivamente che la mamma è sempre disponibile per lui.

L’imponenza e l’importanza della presenza materna, percepite nella straordinaria e profonda relazione affettiva che ella tesse durante la crescita del figlio, le conferiscono un senso d’importanza che rasenta l’onnipotenza, ma che la mette in ansia o la fa sentire tremendamente in colpa ogniqualvolta qualcosa sfugge dal suo controllo oppure non viene bene, o anche solo come lei vorrebbe.

La mamma postmoderna che aveva il dilemma della lontananza da risolvere, che sapeva di dover gestire una separazione precoce dal cucciolo e ne temeva le conseguenze, è in realtà arrivata dappertutto, presidiando ogni spazio della crescita e della vita del figlio, sorvegliato e protetto sempre da una presenza adulta sostitutiva, geolocalizzato se necessario, pedinato sui registri elettronici, sempre in contatto e collegato durante tutta la giornata.

Complice anche una notevole automitigazione del ruolo paterno, ne risulta nel complesso una famiglia massivamente centrata sugli affetti, democratica, dialogica, dove vige un gran legame, una densità a volte vischiosa delle relazioni, dove le regole vengono spiegate e non imposte, più centrata sul benessere e la realizzazione che sulla tolleranza alla frustrazione, una famiglia dove si obbedisce più per amore che per paura.

Essere genitori troppo accudenti e protettivi significa minare l’autonomia dei figli
I castighi sono caduti in un cono d’ombra, per non dire in disuso, ed è molto più facile che dopo un guaio o un brutto voto si tema più lo sguardo deluso della mamma (con la quale, magari, si era ripassato fino a tarda ora) che le punizioni del padre.

Dopo tanta dedizione e altrettante aspettative, la trama narcisistica ha invaso le relazioni: figli speciali, genitori speciali, rapporti speciali, bisogno continuo di rispecchiamenti e valorizzazioni, alti ideali da perseguire nelle relazioni e con sé stessi.

Se la famiglia etico-normativa in cui vigeva l’importanza dell’educazione, dell’istruzione, del rispetto delle regole, della legge, dei ruoli e dell’autorità aveva l’obiettivo di costruire figli bravi e adattati alla norma, completamente diverso appare il mondo dei piccoli nati e cresciuti nelle trame della famiglia affettiva e narcisistica finora descritta, dove l’obiettivo primario dei genitori è che il figlio sia felice.

Ci troviamo al cospetto di adulti sempre più in difficoltà davanti al dolore dei figli, che mal tollerano le loro tristezze, si spaventano delle loro rabbie o rimangono profondamente delusi dalle loro mancate realizzazioni.

Genitori atterriti, pietrificati, impauriti all’idea di vedere i propri cuccioli, tanto amati, frustrati, tristi, annoiati o semplicemente in difficoltà, genitori convinti che la felicità passi per l’eliminazione del dolore, senza pensare che in tal modo, invece di proteggerli, li rendono più fragili.

In nome di nuovi valori educativi e affettivi orientati alla ricerca primaria del benessere e della soddisfazione personale, al bisogno – considerato ormai vitale – di rispecchiamenti narcisistici continui che rassicurino su successo e adeguatezza, la presenza accudente e iperprotettiva dei genitori rischia a lungo termine d’infragilire una generazione sempre meno avvezza all’ampia (e diffusissima) gamma delle emozioni negative.

Il comparire di tristezze, rabbie, paure, inciampi, fatiche e insuccessi, rischia che questi siano vissuti come l’equivalente simbolico del fallimento di cotanto lavoro di investimento relazionale e di vicinanza affettiva, oppure l’inequivocabile espressione dell’infrangersi delle aspettative coltivate lungo l’intero arco della crescita.

Con il crescere dell’età del figlio, i benefici di questo nuovo modo di stare vicini, affettivamente sempre presenti, iperprotettivi, risolutori anzitempo di problemi rischiano dunque di trasformarsi in limiti e debolezze.

Alle soglie dell’adolescenza, infatti, dentro il bambino diventato ormai ragazzo è fisiologico e auspicabile che si accenda il motore evolutivo che spinge verso l’emancipazione, la soggettivazione, verso la definizione dell’identità e la nascita di una mente rigorosamente autonoma e autoctona.

Dopo aver coltivato competenze e garantito la massima espressione dei talenti, il compito primario durante l’adolescenza dei figli è quello di consentir loro di mettere ciò che abbiamo loro insegnato al servizio delle autonomie e della crescita, di permetter loro di acquisire un sufficiente senso di sicurezza per sperimentare il nuovo e lo sconosciuto, assumendosi i rischi di prove, tentativi ed errori.

Diventa necessario, pertanto, ampliare progressivamente luoghi reali o virtuali che fungano da incubatori psichici in cui coltivare progetti, avventure, spazi di segreto, dove affrontare le paure e gli eccitamenti prodotti dai cambiamenti della crescita e dalla nascente mente separata.

Ai nostri ragazzi insegniamo che cadere non è irreparabile
IL RUOLO DEL PADRE Avere i genitori, e in particolare la mamma, sempre vicino, vederla comparire simbolicamente ovunque finisce per far sentire il figlio soffocato, pedinato, ostacolato nel proprio percorso di crescita.

Il bisogno di separarsi diventa allora decisivo e necessita di essere sviluppato. Come fare, però, a seminare una madre dotata di superpoteri, che ti sa inseguire anche senza corpo? Molto spesso un contributo prezioso viene proprio dal padre, che nella trama presentata sarà sembrato poco presente, ma solo perché la storia dell’emancipazione adolescenziale è stata descritta dall’interno della relazione madre-figlio.

In realtà, quando le cose vanno per il meglio, la sfida della separazione dalla mamma e dell’individuazione si avvale del ruolo fondamentale del padre, che per aprire spazi utili al figlio a svicolare lontano da lei e sperimentare un mondo privo della sua presenza, generalmente parla con un linguaggio diverso, meno anticipatorio, più responsabilizzante, meno spaventato nei confronti del nuovo e delle dipendenze, dei molti potenziali pericoli.

Ma, oltre a coadiuvare i lavori di emancipazione dalla madre, il padre appare più capace di affiancare il figlio anche nei momenti in cui s’incontrano le fatiche e le difficoltà della crescita, quelle che ti confrontano con i limiti, con i fallimenti, con l’imperfezione del corpo e della mente.

Una generazione che, come abbiamo visto, ha sempre sentito, fin dall’infanzia, di doversi confrontare con aspettative ideali molto alte, di doverle assecondare e avvicinare, imbonire con prestazioni straordinarie, ha spesso bisogno di essere aiutata nel corso dell’adolescenza a trovare compromessi nel doverle invece mitigare, mediare e sopportare di non poterle sempre corrispondere.

Diventa così fondamentale ricevere testimonianza sincera che nella vita adulta è possibile non solo raggiungere dei successi, ma anche sopravvivere ai fallimenti, inciampare, cadere e resistere alla vergogna della caduta.

Spesso è il padre, meno spaventato e dotato di strumenti più razionali, il mediatore preziosissimo nei momenti in cui le aspettative narcisistiche più intense si sono fatte sentire con prepotenza, pronte a generare lancinanti esperienze di mortificazione, l’allenatore della delicata partita con gli ideali, che sa trasmettere al figlio una capacità di resilienza all’insuccesso insperata.

Quando la mamma assiste a questa buona e proficua collaborazione tra i due, finalizzata sia a che il figlio si emancipi da lei sia a che egli sappia gestire il crollo delle aspettative, la disposizione a dismettere tutti i propri poteri virtuali è in lei meno preoccupata e l’opportunità di fermarsi a godere lo spettacolo della crescita del figlio si fa non solo possibile, ma anche appassionante.

L’adolescente di oggi deve dunque sfidare non tanto il potere normativo del padre, come accadeva ai suoi coetanei delle generazioni passate, quanto il potere simbolico della mamma, inseritasi in tutti gli interstizi della sua crescita.

L’impresa spesso è difficile o può essere molto lunga, ma, una volta disinnescati tutti i poteri materni, le cose vanno sempre meglio. Il figlio si sente meno bambino, più capace e quindi più adulto; la mamma comprende che è possibile avere meno ansia, meno bisogno di intervenire, meno senso di colpa e soprattutto meno paura.