INVIDIA: e' sempre e solo negativa?


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INVIDIA: e' sempre e solo negativa?

Nel caso dell’invidia ciò che si muove è un forte senso di ingiustizia: «Perché lui sì e io no?». È un sentimento che nasce da una percezione intima e molto profonda: l’idea che ci sia stato sottratto qualcosa di prezioso. Ciò può dare luogo a rabbia, frustrazione, umiliazione, fi no alla disperazione se avvertiamo che i nostri insuccessi possono, in qualche modo, condurci a essere rifiutati. Competizione, ma anche rabbia, astio, rancore hanno un senso biologico: spingerci a un confronto per poter concretizzare i nostri obiettivi.

Il problema sorge quando queste emozioni (di per sé mutevoli e transitorie) si fissano in pensieri intrusivi, che non lasciano tregua. Ci sentiamo dei falliti anche se la vita  mostrerebbe tutto il contrario. Forse abbiamo tutto, ma è come se mancasse l’essenziale.

Ecco il senso dell’invidia: orientare la nostra attenzione verso una domanda: «Cosa mi manca davvero? Cosa sento che mi hanno tolto?». Possiamo magari trovare giustificazioni in un’infanzia difficile, in genitori esigenti, in una maestra umiliante. Tutte spiegazioni che potrebbero essere reali e avere un senso. Il nostro inconscio, dopo tutto, si nutre d’impressioni, di immagini e alcuni ricordi possono assumere i connotati di “fotografi e” indelebili. Così, le volte che la mamma mi ha paragonato a mia sorella dicendo che lei era più ubbidiente o le volte in cui l’insegnante ha confrontato il mio compito scolastico con quello della mia “rivale”, hanno prodotto immagini dolorose e profonde. Così passiamo la vita a nasconderci dietro l’illusione dell’ingiustizia perché, spesso, è più semplice identificare dei capri espiatori. Quello che non comprendiamo è che, per uscirne davvero, non occorre chiedersi perché siamo animati da emozioni sgradevoli. Non serve cercare la “fonte” dove tutto ha avuto origine. La vera domanda da porsi è: cosa continuo a cercare?

Solo rintracciando dove vuole condurmi l’invidia la farò tacere perché, da quel momento, non avrà più motivo di esserci. Cosa mi succede quando invidio?

Sono arrabbiata? Desolata? Provo vergogna? Mi sento fallita? Provo a stare con quell’emozione e ascolto il mio corpo. Potrei sentire del turbamento all’altezza dello stomaco (rabbia), del petto (angoscia), della testa (tendenza al controllo e all’iper-vigilanza), dei reni (paura), degli intestini (biasimo), della schiena (il peso mi schiaccia). Se sto bene attenta a ciò che provo è possibile che la mia anima si metta in “comunicazione” con me, inviandomi delle immagini dall’inconscio. Nel caso dell’invidia è molto comune visualizzare (o sognare) dei ladri. Ecco, quell’immagine profonda spiega perché nella vita mi muovo come una “derubata”. In quell’immagine è racchiuso il senso del mio vuoto, una voragine che non mi permette di accedere alla reale sorgente della vita, fatta di amore, bellezza, passione e realizzazione. È solo convogliando tutta la mia attenzione su quello spazio interiore, senza investirlo di teorie, ipotesi e congetture, che potrò scoprire il suo potenziale. In quell’istante quello spazio, apparentemente senza senso, si veste di opportunità illimitate.

FAI TUA LA LEZIONE DEGLI ANTICHI GRECI
Il mito di Aracne ammonisce a non restare impigliati

L’invidia è un’emozione tanto comune quanto antica. Ciò è testimoniato dagli antichi greci che spesso, nei loro miti, narrano di come anche gli dei non sopportassero chi si voleva mettere al loro livello. Lo racconta bene il mito di Aracne, un’abile tessitrice tanto inorgoglita della sua arte da sfidare, in una competizione, la divina Atena, dea della saggezza e della tessitura. Il suo orgoglio fu punito dall’ira della dea che la mutò in un ragno.

La funzione dell’invidia è quella di far emergere le nostre qualità conducendoci a una competizione sana. Ma l’invidia che rode e brucia va guardata per poterla sciogliere, altrimenti, come ammonisce il mito, saremo così travolti dalla nostra frustrazione da restarne impigliati, come in una ragnatela da noi stessi creata.