Noi essere umani ci siamo evoluti per essere altamente attivi


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Noi essere umani ci siamo evoluti per essere altamente attivi

Nell’umidità di una foresta pluviale dell’Uganda, quasi vent’anni fa, poco prima dell’alba scrutavo attraverso la fitta volta del fogliame sopra di me un gruppo di otto scimpanzé addormentati. La nostra squadra, tre ricercatori e due collaboratori, si era svegliata un’ora prima per infilarsi gli stivali di gomma, riempire gli zaini e prendere un sentiero fangoso alla luce delle torce dei caschi. Ora eravamo arrivati a destinazione e, spente le luci, immersi nell’oceano nero della foresta a 30 metri dalla superficie, ascoltavamo in silenzio i cupi borbottii degli scimpanzé che si rigiravano sui giacigli di foglie.

by Herman Pontzer

Ero un giovane dottorando e studiavo l’evoluzione degli esseri umani e delle grandi scimmie antropomorfe; quell’estate mi trovavo nel Parco nazionale di Kibale per misurare quanto si arrampicano sugli alberi ogni giorno gli scimpanzé. Avevo l’impressione che l’energia spesa nell’arrampicarsi poteva essere stata un fattore essenziale nell’ecologia e nell’evoluzione degli scimpanzé, plasmandone l’anatomia in modo da massimizzare l’efficienza dell’arrampicata e liberare più calorie per la riproduzione e altre esigenze primarie.

Qualche mese prima, riflettendo sui miei programmi estivi di ricerca da una comoda scrivania alla Harvard University mentre nevicava, immaginavo gli scimpanzé impegnati in un’eroica lotta per l’esistenza, lavorare duro giornalmente per sbarcare il lunario.

Ma quell’estate, via via che mi calavo nel ritmo del lavoro sul campo, seguendo gli scimpanzé dall’alba al tramonto, arrivai a una conclusione diversa: gli scimpanzé sono scansafatiche. E solo di recente ho imparato ad apprezzare quello che la pigrizia delle grandi scimmie può dirci sull’evoluzione umana.

Siamo attirati dalle grandi scimmie perché vediamo così tanto di noi in loro. Non solo perché condividiamo il DNA per oltre il 97 per cento con orangutan, gorilla, scimpanzé e bonobo. Le grandi scimmie sono intelligenti, usano attrezzi, litigano e fanno la pace, e si appartano per fare sesso di nascosto. Qualcuna uccide i vicini per difendere il territorio e caccia altre specie per cibarsene. I piccoli imparano dalla madre, fanno la lotta e giocano fra loro, e fanno i capricci. E più andiamo indietro nel tempo nel registro fossile, più i nostri antenati somigliano a queste scimmie. Nessuna delle specie viventi oggi è un perfetto modello del passato: ogni linea di discendenza cambia nel tempo. Ma le grandi scimmie che vivono oggi ci danno la possibilità migliore di vedere da dove veniamo e di capire quanto di antico e immutato c’è in noi.

Eppure sono le differenze, più che le somiglianze, tra esseri umani e grandi scimmie a gettare nuova luce su come funziona il nostro corpo. Le scoperte da scavi fossili, zoo e laboratori di ogni parte del mondo stanno rivelando quanto radicalmente siano cambiati i nostri corpi negli ultimi 2 milioni di anni. Da decenni sappiamo che quest’ultimo capitolo della nostra storia evolutiva è stato segnato da importanti cambiamenti anatomici ed ecologici, fra cui espansione delle dimensioni cerebrali, caccia e raccolta, strumenti in pietra sempre più complessi e aumento delle dimensioni corporee. Ma in genere i ricercatori hanno dato per scontato che i cambiamenti riguardassero forma del corpo e comportamento, non le funzioni fondamentali delle nostre cellule. I progressi in corso stanno sovvertendo quest’ottica, perché mostrano come gli esseri umani siano cambiati anche nella fisiologia.

A differenza dalle scimmie nostre cugine, la nostra evoluzione ci ha portato a dipendere dall’attività fisica. Per sopravvivere, dobbiamo muoverci.

Il paradiso perduto

Una giornata tipica di uno scimpanzé allo stato selvatico fa pensare al programma giornaliero per un letargico pensionato in crociera ai Caraibi, pur con qualche attività organizzata. Sveglia presto alle prime luci dell’alba, poi colazione (frutta). Mangi fino a quando sei pieno, e poi ti trovi un bel posto per una breve dormita, magari un grooming leggero. Dopo un’ora circa (niente fretta),  vai a cercare un albero di fichi soleggiato e ti ingozzi. Poi magari incontri qualche amico, ancora un po’ di grooming, un altro pisolino.

A cena presto, verso le cinque di pomeriggio (sempre frutta, forse qualche foglia), ed è giunto il momento di trovarsi l’albero giusto, prepararsi il giaciglio e chiudere la serata. Certo, ci sono frenetici cori di ansiti e grida (pant-hoot) quando la frutta è molto buona, ogni tanto c’è un tafferuglio oppure si va a caccia di scimmie più piccole, e tutti i giorni il maschio alfa deve trovare un po’ di tempo per maltrattare qualcuno o esibire la sua possanza. In generale però la vita degli scimpanzé è abbastanza tranquilla.

E non sono i soli. Anche la vita di orangutan, gorilla e bonobo sembra scorrere nella sorta di indolenza contro cui ci mettono in guardia le favole per bambini e i corsi antidroga alle scuole superiori.

Le grandi scimmie antropomorfe passano tra otto e dieci ore al giorno a riposare, fare grooming e mangiare, poi dormono nove o dieci ore per notte. Scimpanzé e bonobo camminano per circa 3 chilometri al giorno, gorilla e orangutan ancora meno.

E le arrampicate sugli alberi? Come ho scoperto quell’estate, gli scimpanzé si arrampicano per circa 100 metri al giorno, che come spesa calorica equivale a camminare per un altro chilometro e mezzo. Gli orangutan fanno più o meno lo stesso, e i gorilla sicuramente di meno, sebbene le loro ascese debbano ancora essere misurate.

Negli esseri umani, questi livelli di attività sarebbero una ricetta per seri problemi di salute. Per noi, fare meno di 10.000 passi al giorno è associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche. Gli adulti degli Stati Uniti ne fanno tipicamente circa 5000, e questo contribuisce agli allarmanti tassi di diabete di tipo 2, che colpisce uno statunitense su dieci, e di malattie del cuore, che rendono conto di un quarto di tutte le morti del paese. Alla luce di questi fatti, le grandi scimmie dovrebbero essere nei guai. Convertendo le loro camminate e arrampicate in passi al giorno per un confronto tra specie, vediamo che quei primati arrivano solo di rado anche ai modesti numeri di passi delle persone sedentarie, e non si avvicinano mai al valore di riferimento umano dei 10.000 passi al giorno.

E poi c’è tutto il tempo che passano sedute a riposare. Negli esseri umani, stare seduti alla scrivania o davanti al televisore per periodi prolungati è associato con un aumento del rischio per malattie e con una durata della vita più breve, anche tra coloro che fanno esercizio fisico. Globalmente si può sostenere che l’inattività fisica è al livello del fumo, come rischio per la salute; uccide oltre 5 milioni di persone all’anno. In un gruppo di scozzesi adulti, quelli che guardavano la televisione per più di due ore al giorno mostravano un incremento del 125 per cento di eventi cardiaci come infarti o ictus. Uno studio su adulti australiani ha riferito che ogni ora di televisione accumulata accorcia la speranza di vita di 22 minuti. Vi risparmio i calcoli: guardare tutto Il Trono di Spade, 63 ore e mezzo, costa un giorno di vita in meno.

Eppure scimpanzé e altre grandi scimmie restano notevolmente sane ai loro abituali bassi livelli di attività fisica. Anche in cattività, il diabete è raro e la pressione del sangue non cresce con l’età.

Gli scimpanzé hanno per natura alti livelli di colesterolo, ma le loro arterie non si induriscono e non si otturano. Di conseguenza, non sviluppano malattie cardiache di tipo umano e non hanno attacchi cardiaci dovuti a occlusioni delle coronarie. E rimangono magri. Nel 2016, con Steve Ross del Lincoln Park Zoo di Chicago e un gruppo di collaboratori, ho misurato tassi metabolici e composizione corporea delle grandi scimmie antropomorfe degli zoo degli Stati Uniti. I risultati sono stati rivelatori: anche in cattività, nel corpo di gorilla e orangutan in media c’è solo tra il 14 e il 23 per cento di grasso, e negli scimpanzé appena il 10 per cento, alla pari con gli atleti olimpici.

Fra i nostri cugini primati, insomma, quelli strani siamo noi. In qualche modo gli esseri umani si sono evoluti per richiedere livelli di attività fisica assai più elevati affinché i nostri corpi funzionino normalmente. Passare ore e ore seduti, a spulciarsi l’un l’altro e sonnecchiare (o guardare la televisione), erano pratiche standard  che sono diventate un rischio per la salute. Ma quando abbiamo barattato l’esistenza in tono minore delle nostre compagne grandi scimmie per un modo di vivere più faticoso, e perché? Le scoperte fossili aiutano a ricostruire questa storia.

Diramazioni

Il nostro ramo dell’albero genealogico dei primati, gli ominini, si è separato da quello degli scimpanzé e dei bonobo sei o sette milioni di anni fa, verso la fine del periodo geologico detto Miocene.

Fino a tempi piuttosto recenti, erano stati scoperti pochi fossili ominini risalenti agli inizi di questa linea di discendenza. Poi, nei primi dieci anni di questo secolo, in rapida successione paleoantropologi al lavoro in Ciad, Kenya ed Etiopia hanno scoperto i resti di tre ominini di questo periodo cruciale: Sahelanthropus, Orrorin e Ardipithecus.

Ciascuno di questi primi ominini è ben distinto da tutte le grandi scimmie viventi nei dettagli anatomici del cranio, dello scheletro e dei denti. Eppure, a parte l’andatura bipede, sembra che queste specie abbiano vissuto un’esistenza molto simile a quella delle grandi scimmie. Per dimensione e capacità di essere affilati i molari dei primi ominini erano simili a quelli degli scimpanzé, con smalto alquanto più spesso, suggerendo una dieta mista di frutta e altri cibi vegetali. Ardipithecus, scoperto in Etiopia in depositi vecchi di 4,4 milioni di anni, di gran lunga il meglio conosciuto tra i primi ominini, aveva braccia lunghe, dita lunghe e incurvate e piedi prensili, indicativi di una vita spesa in parte sugli alberi.

Nuove analisi biomeccaniche, effettuate da Elaine Kozma, mia graduate student alla City University di New York, mostrano che Ardipithecus aveva evoluto cambiamenti nella sua anatomia pelvica che permettevano un’andatura pienamente eretta ed energeticamente efficiente senza compromettere la capacità di arrampicarsi.

I nostri primi antenati erano chiaramente a proprio agio in due i mondi, a terra e sugli alberi.

Da 4 a 2 milioni di anni fa circa, il registro fossile ominino è dominato dal genere Australopithecus, con almeno cinque specie oggi riconosciute, fra cui quella della famosa «Lucy». I cambiamenti anatomici degli arti inferiori indicano migliori capacità deambulatorie e più tempo trascorso a terra rispetto alle specie precedenti.

In Australopithecus il piede non è più prensile, l’alluce è in linea con le altre dita, e le gambe sono più lunghe, con lo stesso rapporto tra lunghezza della gamba e massa corporea che osserviamo negli esseri umani attuali. Le analisi della pelvi condotte da Kozma, insieme al recente lavoro sulle orme fossilizzate di Laetoli, in Tanzania, indicano che l’andatura di queste creature era praticamente moderna. Braccia e dita lunghe ci dicono che questi ominini andavano ancora regolarmente sugli alberi a cercare il cibo e forse anche per dormire. L’analisi dei segni di usura dei denti fa pensare che le specie di Australopithecus mangiassero prevalentemente vegetali, come i primissimi ominini prima di loro e le grandi scimmie viventi ancora oggi. A giudicare dai molari grossi e dallo smalto spesso, l’alimentazione di Australopithecus si basava con tutta  probabilità su cibi più duri e più fibrosi, in particolare quando non erano disponibili i cibi preferiti.

L’evoluzione di un’andatura bipede eretta in questi antichi ominini è importante, e indica una diversa modalità di spostamento nel paesaggio. La capacità di coprire distanze più grandi con meno calorie potrebbe aver permesso a queste specie di espandere il proprio territorio e prosperare in habitat meno produttivi rispetto alle grandi scimmie attuali. Ci sono altri cambiamenti notevoli e interessanti, come la perdita dei canini grandi e aguzzi dei maschi, che sembra riflettere una diversità di comportamento sociale.

Eppure la dieta a base vegetale e il mantenimento degli adattamenti per l’arrampicata ci dicono che la loro posizione ecologica di raccoglitori e le loro attività quotidiane restavano ampiamente simili a quelle delle grandi scimmie. Le distanze coperte ogni giorno erano probabilmente modeste, e molto tempo era dedicato al riposo e alla lunga digestione di cibi vegetali fibrosi. È improbabile che avessero bisogno di 10.000 passi al giorno, o che li facessero spesso.

Verso i 2 milioni di anni fa cominciarono a emergere segni della presenza di ominini dotati di curiosità o di ingegno, che sperimentavano idee e approcci nuovi. Nel 2015 Sonia Harmand, della Stony Brook University, e il suo gruppo hanno recuperato strumenti di pietra, grandi e poco maneggevoli, alcuni dei quali pesano quasi 14 chilogrammi, da sedimenti vecchi di 3,3 milioni di anni sulla sponda occidentale del lago Turkana, in Kenya. Negli ultimi 15 anni gli scavi condotti in siti risalenti a 2,6 milioni di anni fa sia in Etiopia sia in Kenya hanno scoperto strumenti litici associati con ossa animali fossilizzate che avevano solchi e raschiature inequivocabilmente legati alla macellazione. Ossa con segni di taglio e strumenti di pietra erano ormai la norma 1,8 milioni di anni fa, e a cadere preda di questi ominini non erano solo animali malati o feriti: le analisi delle ossa macellate della gola di Olduvai, in Tanzania, mostrano che venivano presi di mira ungulati nel fiore degli anni. Altrettanto importante è che, contrariamente a tutti gli ominini precedenti, questi ominini di 1,8 milioni di anni fa si erano espansi fuori dall’Africa nell’Eurasia, dalle colline ai piedi delle catena montuosa del Caucaso fino alle foreste pluviali indonesiane. I nostri predecessori avevano saltato il fossato ecologico e ormai erano capaci di prosperare quasi ovunque.

Dimentichiamoci i racconti di qualche incontro clandestino nei giardini dell’Eden o Prometeo che porta in dono il fuoco. Fu questa lunga consuetudine con la pietra e con la carne, e lo sviluppo di una strategia di caccia e raccolta, ad allontanare sempre di più la nostra linea di discendenza dalle altre grandi scimmie, cambiando le cose in modo irrevocabile. Questo spostamento epocale segnò la nostra comparsa evolutiva, quella del genere Homo.

Cibo, per la mente

In ecologia ed evoluzione, dieta è destino. Il cibo che gli animali mangiano non plasma solo denti e intestini, ma anche la loro fisiologia e il loro stile di vita. Le specie evolutesi per mangiare cibi che sono abbondanti e immobili non hanno bisogno di spingersi troppo lontano o di essere molto intelligenti per saziarsi; l’erba non si nasconde e non scappa. Mangiare cibi più difficili da trovare o da catturare significa più spostamenti, spesso insieme a una maggiore raffinatezza cognitiva. Per esempio, le scimmie ragno del Sud e  del Centro America, che mangiano frutta, hanno cervelli più grandi e si spostano cinque volte più lontano ogni giorno rispetto allescimmie urlatrici, ghiotte di foglie, con cui condividono la foresta.

I carnivori della savana africana si spostano ogni giorno tre volte più lontano rispetto agli erbivori che cacciano.

Passare da uno stile di vita di pura raccolta, quello delle grandi scimmie, alla strategia di caccia-e-raccolta dei primi ominini, che contrassegna il genere Homo, ha avuto diverse ripercussioni importanti.

Ha reso questi primati sociali ancora più uniti. Contare sulla carne richiede cooperazione e condivisione, e non solo perché nessuno può uccidere o mangiare una zebra da solo. Oggi le popolazioni di cacciatori-raccoglitori ricavano circa la metà delle calorie giornaliere dalle piante. Recenti analisi di residui di cibo nel tartaro dentale fossilizzato mostrano che i Neanderthal, grandi cacciatori e ispiratori dei seguaci della «dieta paleolitica» anti-vegetariana, avevano una dieta bilanciata e ricca di vegetali, cereali compresi.

Caccia e raccolta, inoltre, hanno premiato l’intelligenza dal punto di vista evolutivo. Innovazione tecnologica e creatività significavano più calorie e maggiori possibilità di riprodursi. L’intelligenza sociale doveva assumere un valore inestimabile, via via che coordinamento e comunicazione si integravano sempre più nelle strategie ominine. Le scoperte effettuate da Alison Brooks, della George Washington University, Rick Potts, dello Smithsonian National Museum of Natural History, e colleghi al sito del bacino di Olorgesailie, in Kenya, e pubblicate nel 2018, mostrano che 320.000 anni fa la cognizione ominina era ormai sbocciata nel tipo di raffinatezza osservata negli esseri umani moderni, con pigmenti neri e rossi per l’espressione visiva e reti di scambio a lunga distanza dei materiali litici più adatti per ricavarne strumenti.

L’età di queste scoperte corrisponde bene a quella, pubblicata nel 2017, dei più antichi fossili di Homo sapiens trovati finora, provenienti dal sito di Jebel Irhoud, in Marocco, di 300.000 anni fa. Inoltre caccia e raccolta hanno imposto agli ominini di lavorare più duramente per procurarsi il cibo. Già solo spostarsi verso il vertice della catena alimentare significa che trovare il cibo diventa più difficile: in natura, le calorie vegetali sono molte di più di quelle animali. I cacciatori-raccoglitori sono notevolmente attivi, percorrono a piedi dai 9 ai 14 chilometri al giorno, dai 12.000 ai 18.000 passi circa. Il lavoro di David Raichlen, dell’Università dell’Arizona, Brian Wood, oggi all’Università della California a Los Angeles, e del sottoscritto presso la popolazione degli Hadza, cacciatori- raccoglitori della Tanzania settentrionale, mostra che uomini e donne di questo gruppo fanno più attività fisica in un giorno che gli statunitensi tipicamente in una settimana; e si spostano giornalmente su distanze da tre a cinque volte superiori rispetto alle grandi scimmie. I primi membri del nostro genere, senza i benefici di innovazioni tencnologiche come archi e frecce, erano forse ancora più attivi. In un fondamentale lavoro del 2004, Dennis Bramble, dell’Università dello Utah, e Daniel Lieberman, della Harvard University, hanno sostenuto che il nostro genere si è evoluto in modo da poter inseguire la preda fino allo sfinimento  indicando una caratteristiche nello scheletro di Homo erectus che sembrano legati alla corsa di resistenza.

Il costante incremento delle dimensioni cerebrali e della complessità della tecnologia degli ultimi 2 milioni di anni può dare l’idea di un progresso a valanga, ma sarebbe illusorio pensare a un processo inarrestabile. L’evoluzione ha una grande memoria, ma nessun piano. Nel 2015 Lee Berger, dell’Università del Witwatersrand, in Sudafrica, e il suo gruppo hanno annunciato la scoperta di centinaia di fossili di Homo naledi, una nuova specie rinvenuta nelle profondità del sistema di grotte chiamato Rising Star, sempre in Sudafrica, datati tra i 335.000 e i 236.000 anni fa. Con un cervello solo del 10 per cento più grande di quello di Australopithecus e dimensioni del corpo simili a quelle dei primi Homo, questo ominino sembra rappresentare una linea di discendenza che rientra nel nostro stesso genere ma è rimasta ferma agli inizi del Pleistocene, sopravvivendo felicemente per oltre un milione di anni senza il continuo incremento delle dimensioni cerebrali osservato in altre specie di Homo. H. naledi è importante perché ci ricorda che l’evoluzione non tende a una meta. Noi non eravamo inevitabili.

Da tempo sappiamo che a noi esseri umani l’esercizio fisico fa bene, ma solo oggi cominciamo a renderci conto dei tanti modi in cui la nostra fisiologia si è adattata allo stile di vita fisicamente attivo basato su caccia e raccolta. Sono coinvolti quasi tutti i sistemi  e gli organi, fino al livello cellulare. Alcune delle ricerche più interessanti in questo settore si sono concentrate sul cervello. Innanzitutto, il nostro cervello si è evoluto in modo da aver meno bisogno di sonno, anche in società prive di illuminazione artificiale e intrattenimenti notturni. In tutto il mondo gli esseri umani – gli Hadza della savana africana e gli orticultori Tsimane della foresta pluviale amazzonica e i sofisticati cittadini di New York – dormonocirca sette ore per notte, assai meno delle grandi scimmie.

Raichlen e colleghi hanno dimostrato che il nostro cervello si è evoluto in modo da ricompensare la prolungata attività fisica, producendo cannabinoidi endogeni – si parla di «euforia del corridore » – in risposta all’esercizio fisico aerobico, come la corsa. Raichlen e altri hanno anzi sostenuto che l’esercizio ha contribuito a rendere possibile la massiccia espansione del cervello umano e che ci siamo evoluti in modo da richiedere l’attività fisica per il normale sviluppo cerebrale. L’esercizio provoca il rilascio di molecole neurotrofiche che promuovono neurogenesi e crescita cerebrale, ed è noto che migliora la memoria e rallenta il declino cognitivo legato all’età.

Anche i nostri meccanismi metabolici si sono evoluti in modo da adattarsi alla maggiore attività. La potenza aerobica massima, o VO2max, degli esseri umani è almeno quattro volte più grande di quella degli scimpanzé. Questo incremento emerge in larga parte dai muscoli delle nostre gambe, che sono del 50 per cento più grandi e hanno una proporzione assai maggiore di fibre muscolari «lente», resistenti alla fatica, rispetto a quelli delle altre grandi scimmie. Inoltre, abbiamo più globuli rossi che portano l’ossigeno ai muscoli. Ma l’adattamento all’esercizio fisico sembra essersi spinto ancora più in profondità, aumentando la velocità con cui le nostre cellule funzionano e bruciano calorie. Il mio lavoro con Ross, Raichlen e altri ha mostrato che negli esseri umani si è evoluto un metabolismo più rapido, che alimenta la maggiore attività fisica e altri tratti energeticamente dispendiosi che distinguono gli esseri umani, compreso il cervello più grosso.

Il complesso di queste prove indica un nuovo modo di concepire l’attività fisica. A partire dalla moda dell’aerobica degli anni ottanta, l’esercizio fisico è stato venduto come modo per perdere peso o come una delle tante possibili scelte per uno stile di vita sano, come il cornetto integrale a colazione. Ma l’esercizio fisico non è opzionale; è essenziale, e la perdita di peso è probabilmente l’unico beneficio sanitario che in larga misura non riesce a dare. Il nostro corpo si è evoluto in modo da richiedere una quotidiana attività fisica, di conseguenza l’esercizio più che farlo lavorare di più lo fa lavorare meglio. Le ricerche effettuate nel mio e in altri laboratori hanno mostrato che l’attività fisica ha scarso effetto sul consumo energetico quotidiano (i cacciatori-raccoglitori Hadza bruciano ogni giorno lo stesso numero di calorie dei sedentari dell’Occidente), ed è uno dei motivi per cui l’esercizio fisico serve a poco per perdere peso. L’esercizio, invece, regola il modo in cui il corpo consuma energia e coordina compiti essenziali. Recenti progressi nello studio del metaboloma hanno mostrato che durante l’esercizio i muscoli rilasciano nel corpo centinaia di molecole di segnalazione, e stiamo appena iniziando a capire l’intera portata del loro effetto fisiologico. L’esercizio fisico di resistenza riduce l’infiammazione cronica, serio fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Abbassa i livelli a riposo degli ormoni steroidi testosterone, estrogeno e progesterone, contribuendo a rendere conto del ridotto tasso di tumori dell’apparato riproduttivo fra gli adulti che fanno esercizio regolarmente. L’esercizio fisico potrebbe attenuare il picco mattutino del cortisolo, l'ormone dello stress.

È noto che riduce la resistenza all’insulina, cioè il meccanismo alla base del diabete di tipo 2, e nei muscoli contribuisce a convertire il glucosio in glicogeno di riserva anziché in grasso.

L’esercizio regolare migliora l’efficacia del nostro sistema immunitario nel bloccare le infezioni, soprattutto con l’invecchiamento.

Anche un’attività leggera, come stare in piedi anziché seduti, fa sì che i muscoli producano enzimi che contribuiscono a ripulire il sangue circolante dal grasso.

Non stupisce che popolazioni come gli Hadza non sviluppino malattie cardiache, diabete o altre malattie che affliggono i paesi industrializzati. Ma non c’è bisogno di mascherarsi da cacciatori-raccoglitori o di correre la maratona per godere dei benefici di un modo di vivere più coerente con la nostra storia evolutiva. L’insegnamento che ci offrono Hadza, Tsimane e altri gruppi è che la quantità conta più dell’intensità. Queste persone stanno in piedi e si muovono dall’alba al tramonto, e mettono insieme più di due ore di attività fisica al giorno, che prevalentemente consiste nel camminare.

E noi possiamo imitare queste sane abitudini andando a piedi o in bicicletta invece che in auto, facendo le scale e trovando modi di lavorare e di divertirci che non ci facciano stare seduti.

Un recente studio condotto sui postini di Glasgow, in Scozia,ci ha dato un’idea di come si potrebbe fare. Non erano certo degli atleti, ma uomini e donne attivi durante tutta la giornata per gestire la posta. Quelli che facevano 15.000 passi o passavano sette ore in piedi ogni giorno (numeri simili a quelli degli Hadza) erano i più sani dal punto di vista cardiovascolare, e non avevano malattie metaboliche.

Già che ci siamo, c’è anche qualche altra lezione da imparare da gruppi come gli Hadza, per vivere bene. Oltre alla gran quantità di esercizio fisico e a una dieta ricca di nutrienti, in queste culture si vive all’aperto fra amici e parenti. L’egualitarismo è la norma, e la diseguaglianza economica è bassa. Non sappiamo di preciso in che modo questi fattori influiscano sulla salute dei cacciatori-raccoglitori, ma sappiamo che nel mondo sviluppato la loro assenza contribuisce allo stress cronico, che a sua volta promuove obesità e malattie.

Dedicarsi ad abitudini di vita più attive dal punto di vista fisico sarebbe più facile se non dovessimo lottare contro un gorilla da quasi 200 chilogrammi nelle nostre teste. Come la vitamina C per i nostri antenati antropoidi, l’esercizio fisico è stato abbondante e inevitabile negli ultimi 2 milioni di anni dell’evoluzione degli ominini. Non c’era alcun bisogno di cercarlo di proposito, nessuna pressione evolutiva per rinunciare agli scimmieschi difetti della ghiottoneria e la pigrizia. Oggi che siamo padroni degli ambienti in cui viviamo, nell’organizzare il mondo stiamo dando troppo spazio alla scimmia che è in noi: ci riempiamo di cibo facile, guardiamo lo sport invece di farlo, passiamo ore seduti a spulciarci l’un l’altro sui social media.

Ci affascina rivedere noi stessi nelle grandi scimmie, ma quando le vediamo dentro di noi dovremmo preoccuparci. Sotto la superficiesiamo diversi, più diversi di quanto sembra.