LA VERITÀ SUL PIANETA: QUANTO HA RAGIONE GRETA?



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LA VERITÀ SUL PIANETA: QUANTO HA RAGIONE GRETA?

Era il 20 agosto 2018 quando la quindicenne svedese Greta Thunberg decise di non andare più a scuola fino al 9 settembre, giorno delle elezioni politiche: voleva che il governo riducesse le emissioni di anidride carbonica come previsto dall’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Ogni giorno andava a sedersi davanti al Parlamento reggendo un cartello con la scritta Skolstrejk för klimatet,

Sciopero dalla scuola per il clima.

Da allora Greta si è fatta conoscere in tutto il mondo per aver inaugurato le manifestazioni studentesche Fridays for Future, Venerdì per il futuro, che chiedono ai governi azioni più concrete per salvare il pianeta dall’emergenza climatica e ambientale.

Ma che cosa pensa di lei e della mobilitazione di così tanti giovani la scienza ufficiale?

Ci risponde Luca Mercalli, meteorologo e climatologo, accademico, presidente della Società meteorologica italiana e direttore della rivista Nimbus (www.nimbus.it): «Penso che sia qualcosa che attendevamo da anni e che è arrivato, purtroppo, tardivamente. I ragazzi avevano la possibilità di mobilitarsi già oltre vent’anni fa, quando la dodicenne canadese Severn Suzuki pronunciò il famoso discorso alle Nazioni Unite che zittì tutti: era il 1992. Forse, complice l’assenza di Internet, non ha avuto la risonanza che meritava.

Gli elementi scientifici, però, c’erano già tutti. Già dal rapporto Charney degli scienziati americani del 1979 conosciamo la pericolosità della situazione in atto. Quanto a Greta, mi è sembrata sopraffatta da qualcosa più grande di lei, indifesa, circondata da mille persone, di cui ognuna con una sua perorazione. Ritengo positiva la sua figura com’è positivo il movimento dei ragazzi in Italia, ma ora inizia il vero lavoro. Questa presa di posizione non significa che il problema si stia avviando alla risoluzione.

Nonostante un anno di attivismo da parte di Greta, la conferenza sul clima di Madrid dello scorso dicembre si è chiusa con un raggiungimento minimale degli obiettivi. In fin dei conti, gli interessi economici e le opportunità politiche in gioco sono troppo grandi, i ragazzi non sono ancora la forza d’urto sociale di cui abbiamo bisogno. Occorre che accanto a loro ci sia tutta la società».

Parlano i numeri

Sono decine di migliaia gli studi scientifici che negli ultimi anni hanno fornito, con rigore, i numeri della crisi climatica e ambientale della Terra. Il clima è cambiato anche nel passato, ma per cause naturali – le caratteristiche dell’orbita terrestre, le variazioni dell’attività solare, le eruzioni vulcaniche – e con tempi molto più lunghi, che hanno consentito all’uomo di adattarsi e di trovare un equilibrio. Il riscaldamento attuale – con temperature medie globali aumentate velocemente di 1 °C nell’ultimo secolo – è invece dovuto alle crescenti emissioni di gas serra, prima di tutto l’anidride carbonica (CO2) che deriva dall’uso di combustibili fossili e dalla deforestazione, seguita dal metano (CH4) emesso soprattutto dalle flatulenze degli animali negli allevamenti intensivi. Il rapporto annuale del Global Carbon Project, consorzio di decine di scienziati e laboratori internazionali, indica in 36,8 miliardi di tonnellate le emissioni totali di CO2 alla fine del 2019. Mai così alte da almeno 3 milioni di anni. «Questi dati sono basati su oltre un secolo di rigorosa ricerca scientifica che inizia nel 1896 con il Nobel per la chimica svedese Svante Arrhenius e si consolida dopo il 1988 con la costituzione dell’IPCC, il Comitato Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici, la più autorevole fonte di conoscenza condivisa sul clima globale», scrive Luca Mercalli nel suo ultimo libro Il clima che cambia.

Morire di caldo

I modelli climatici prevedono che, se non riduciamo subito le emissioni, entro la fine di questo secolo le temperature medie globali aumenteranno di oltre 4 °C e di 10 °C e più nell’Artico. Il risultato: ondate di caldo mortali, diffusione di malattie tropicali, tempeste e nubifragi più violenti (perché con il caldo l’acqua evapora più rapidamente dagli oceani e l’aria può contenere più vapore acqueo), alternati a lunghe siccità, penalizzeranno le produzioni agricole e metteranno a rischio il sostentamento di moltepopolazioni. I ghiacciai fonderanno (la superficie di quelli alpini si è già dimezzata in 150 anni) e i mari si alzeranno di almeno un metro (già gli oceani crescono di 3,5 millimetri all’anno) sommergendo città costiere e pianure: Venezia, New York, Giacarta, Mumbai. Tutto questo scatenerà anche migrazioni di massa e tensioni geopolitiche, oltre che guerre per l’accesso alle risorse sempre più limitate, prime fra tutte l’acqua potabile e quella per irrigare le terre coltivabili, che saranno sempre di meno. «Ai timori per i cambiamenti climatici si aggiungono quelli per il peggioramento della qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, con l’abnorme accumulo di sostanze inquinanti», sottolinea Mercalli.

Aria irrespirabile

Il 92 per cento della popolazionemondiale, infatti, respira aria inquinata, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Tra gas e particolato, cioè le particelle sospese come aerosol nell’atmosfera (in inglese particulate matter, da cui la sigla PM), l’elenco delle sostanze che respiriamo ogni giorno è lungo e sono numerose le sorgenti che le emettono.

Il contributo delle fonti naturali di inquinamento – come eruzioni vulcaniche, incendi, erosione delle rocce, diffusione di pollini e spore – è molto inferiore a quello delle fonti antropiche che derivano dalle attività umane, con in testa il traffico veicolare e gli impianti di riscaldamento. Secondo l’OMS le polveri sottili più pericolose, quelle con diametro inferiore ai 2.5 micron (millesimi di millimetro), eccedono i livelli di sicurezza standard.

L’Italia ha un primato negativo segnalato dall’Agenzia europea dell’ambiente: la Pianura Padana è l’area più inquinata d’Europa.

Colpa anche della sua conformazione, che favorisce il ristagno dell’aria.

Oceani pattumiera

Non va meglio nei mari, dove si trovano idrocarburi rilasciati da navi e piattaforme petrolifere, sostanze tossiche da impianti industriali, pesticidi, fino alle plastiche, oggi “osservate speciali”.

Nel 2017 l’ONU ha dichiarato che ci sono 51mila miliardi di microplastiche nei mari. Sono minuscoli frammenti di materiale plastico, di solito inferiori ai 5 millimetri (la maggior parte misura poche decine di micron), che provengono soprattutto dalla degradazione di oggetti più grandi gettati nel mare (bottiglie, sacchetti, reti da pesca), ma anche dal lavaggio dei capi sintetici, dall’abrasione degli penumatici durante la guida, dai cosmetici, dai prodotti per la pulizia, dalle vernici e dai prodotti petroliferi. Le microplastiche mettono a rischio gli ecosistemi marini: entro il 2050, se continuiamo così, il peso delle plastiche presenti nei mari sarà superiore a quello dei pesci. Ma possono anche finire nel nostro cibo, attraverso la catena alimentare. Tra i prodotti più contaminati, secondo le ultime ricerche, ci sono i molluschi.

Microplastiche sono state trovate anche nell’acqua di rubinetto, nella birra, nel miele. Non si conoscono ancora gli effetti di questi materiali sulla salute, ma si ipotizza che potrebbero interferire con il sistema endocrino, oltre che veicolare sulla loro superficie altre sostanze tossiche o batteri.

Suoli erosi e avvelenati Sempre peggio anche sotto i nostri piedi. L’industrializzazione, l’intensificazione dell’agricoltura, l’estrazione mineraria, lo smaltimento nel terreno di volumi sempre maggiori di rifiuti urbani e le guerre hanno lasciato in tutto il pianeta un’eredità pesante nel suolo, sempre più contaminato ed eroso. Gli inquinanti finiscono nelle falde acquifere, si accumulano sui prodotti coltivati e negli animali allevati, quindi arrivano nei nostri piatti. Un nuovo rapporto della FAO,

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, stima che ogni mezz’ora vengano persi 500 ettari per erosione, inquinamento o cementificazione. Mentre per formare 1 centimetro di suolo fertile occorrono dai 100 ai 1.000 anni.

Prima di Greta ci fu Severn

Nel 1992, al vertice della Terra di Rio de Janeiro, la canadese Severn Suzuki di 12 anni lanciò l’allarme sugli effetti negativi dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Fu soprannominata “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti”.

Oggi è una scrittrice, conduttrice tv in Canada e ambientalista.